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CRONOLOGIA NOTE

2017   Dott.ssa Carla D'AQUINO MINEO

Sorprende nei dipinti del maestro Giuseppe Rizzo Schettino l’alta sintesi grafica e coloristica che

 giunge con immediata spontaneità all’effetto visivo nella simbologia di forme e colori che si evolvono

in una nuova spazialità pregna di luminosità con lontananze liriche nella costante ricerca di ricreare

fantasticamente la materia, veicolo di significati e valori della vita.

Ecco che allora, nella pura creatività lo stesso supporto di base nei suoi autentici dipinti vive una

simbolica metamorfosi, mentre appaiono originali inserti materici che alludono a simbologie

esistenziali per vivere il mistero della vita in una dimensione ideale, in cui il tempo trascende lo

spazio nella suggestione globale ed emotiva di forme, colori e luci in movimento... 

 

2016   Avv. Franco Maldonato - Assessore alla Cultura Comune di San Giovanni a Piro - SA

... La pittura di Giuseppe Rizzo Schettino muove, invero, da un lungo e severo esercizio tecnico, che è alla base della sintesi mirabile tra acquarello e olio, resa possibile da un lavoro accurato e scrupoloso sulle superfici, preparate con una fusione di colori che ha consentito poi l’impiego della spatola, alla maniera degli antichi decoratori e patinatori. E tuttavia l’autore non appare mai dimentico della funzione ancillare della tecnica, che riesce a sublimare occultandola quasi allo sguardo dell’osservatore, il quale viene così trasportato nel mondo incontaminato e rarefatto della trasfigurazione artistica.

Ma cosa c’è in questo mondo? Anche se è più giusto chiedersi cosa c’è in questa Rassegna, nella personale che Rizzo Schettino, reduce dalle collettive internazionali di Los Angeles (2015) e di New York, che ha voluto esporre a Scario, secondando un caldo e pressante invito dell’Amministrazione Comunale.

L’artista ha voluto tematizzare l’ampia produzione in esposizione come omaggio alla memoria, alla sua personale memoria, che affonda le radici negli anni spensierati dell’infanzia e della prima giovinezza, trascorse sulle rive del Golfo, da Sapri a Scario. In questo senso, le barche tirate sul lido sono senza dubbio il sembiante di un ricordo incancellabile e, dunque, una comprensibile concessione nostalgica.

2015   Dott.ssa Camilla MINEO

          Dott.ssa Margherita CARAMIELLO

Disegno, pittura e architettura sono i tre elementi che fanno di Giuseppe Rizzo Schettino un artista interessante e completo, in grado di fondere la passione per l'arte con la sua professione di architetto. 

Con pratica e dedizione é riuscito a elaborare una tecnica pittorica matura, degna di riconoscimenti che l'hanno portato ad allestire mostre in Italia e a ottenere riconoscimenti nazionali e internazionali. 

Dopo un percorso artistico in cui si è cimentato nella produzione di paesaggi e nature morte, nei suoi ultimi lavori l'artista fiorentino ha sviluppato una tematica per lui importante che analizza il rapporto individuo/architettura/spazio urbano che ha ispirato la mostra “Presenza-Assenza”, che presentiamo presso gli spazi de L'ArtGallery di Parma.

Opere di intensa suggestione, vedute e scorci di città segnano lo scorrere del tempo e raccontano stati d’animo universali. 

Frammenti di città prendono vita grazie a inquadrature attentamente studiate dal taglio fotografico e a una spazialità formale frutto di esperienza e tecnica. La forza dello spatolato fuso e diluito con i colori ad olio crea un effetto di intensità e tridimensionalità, conferendo un senso ritmico che anima la composizione.

Un’atmosfera malinconica, un magico e inusuale silenzio accompagna questi dipinti: i personaggi ritratti da Schettino si perdono nell’infinito, sembrano sospesi, pensierosi e in attesa di qualcosa. Si percepisce la sensazione del volume, la presenza incombente e talvolta minacciosa dell’architettura: tutto è enorme, sovrastante. 

Alla luce del giorno i grattacieli si riflettono nella trasparenza del vetro e  sembrano più leggeri ed evanescenti, quasi deformati e inconsistenti. Mentre di notte tensione e drammaticità sono accentuate attraverso l’esasperazione dei toni che diventano scuri e bui, di un buio profondo, allegorico: queste architetture imponenti di notte fanno un po' paura e rievocano una dimensione spettrale, lugubre. L’artista in alcune opere sembra simulare un girone infernale, distorcendo la prospettiva e creando in questo modo un senso di smarrimento e disorientamento. 

Gli edifici, sebbene presenti in quasi tutte le sue opere, sembrano vuoti, come fossero un riflesso delle persone che popolano le strade; testimoni di una vita priva di sensazioni e d'emozioni, un'esistenza che non lascia tempo alla bellezza delle cose e all'unicità dell'individuo, un mondo in cui il singolo é immerso nei suoi pensieri e non presta attenzione a ciò che lo circonda.

Le figure sembrano smarrite, inglobate dai grattacieli, presenze infinitesimali nello spazio urbano, quasi vittime di una città pesante, sofferta, difficile da vivere nel quotidiano e in cui il rischio è di perdersi non solo fisicamente ma anche intimamente. Corpi fantasmi dai caratteri non definiti hanno una loro identità ma svaniscono nella massa.

L’artista con ironia tratteggia un gruppo di “escursionisti” che si stanno cimentando nell’impresa di attraversare le strisce pedonali a New York; ritrae una giovane donna di spalle che fa “Ritorno” a casa dopo una giornata di lavoro. La provenienza della ragazza non la conosciamo, ma sappiamo dove sta andando: la meta è la periferia newyorchese, ma idealmente potrebbe essere anche quella italiana, in ogni caso un luogo di frontiera, ai margini del caos metropolitano; Schettino delinea un’architettura spersonalizzata, che può essere riportata ad altri contesti, ad altre realtà giocando con cartelli stradali e insegne e caricando i dipinti di significati sottesi e simbolici. In questa serie di lavori l'artista non risparmia la società da velate critiche, ma dimostra allo stesso tempo di essere attratto dal misterioso fascino della realtà urbana.

 2015   Dott.ssa Maria MONTEVERDI

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Le strade, i palazzi, i cartelli stradali nelle opere di Rizzo Schettino raccontano al pubblico qualcosa delle persone che abitano queste città e del loro mondo interiore. La malinconia prende la voce e narra la delicata sofferenza dell’essere umano che si ritrova rinchiuso in una gabbia di ferro e cemento armato, che si perde nell’infinito delle forme geometriche dei palazzi che lui stesso ha costruito. 

Pensandoci bene esiste un paradosso di fondo a questa situazione. La città, creata dall’uomo apposta per avere una casa, un nido dove poter essere al sicuro, si trasforma nel luogo dell’indifferenza dove la moltitudine degli edifici crea sempre più distanza. Ci concentriamo su quello che dobbiamo fare, chi dobbiamo vedere e non alziamo mai lo sguardo per osservare anche solo gli occhi di chi ci passa accanto. E così ci ritroviamo in balia della nostra vita senza comprendere quasi nulla di ciò che ci circonda, perennemente connessi ma costantemente isolati, ignari dei sentimenti e dei pensieri di chi è seduto di fianco a noi in una sala d’attesa piuttosto che al bar. A possederci non è più il senso di protezione e di unione. Prendono il sopravvento la paura, l’indifferenza, la solitudine: una miscela chimica di emozioni che ci stringe nell’angosciante bisogno di sentire che esistiamo, almeno per qualcuno.

E’ proprio su questo aspetto affascinante quanto paradossale che si concentra Rizzo Schettino. Egli affronta con grande sensibilità artistica il tema della non-vita, fatto di esistenze che ci sono e non ci sono, e il tema del riflesso. Quest’ultimo si attualizza nella sua forma più esplicita attraverso la rappresentazione dell’immagine specchiata e pertanto deformata del grattacielo, figura simbolo del progresso urbano. L’architettura, deformata, si insinua tra le figure umane in maniera spettrale, evanescente ed inconsistente, come le vite di chi la abita

Quello che accomuna le opere di Schettino è questo continuo susseguirsi di presenze ed assenze: di vita, di sentimento, di figure architettoniche. Sembra sempre esserci tutto, e subito dopo mancare qualcosa di fondamentale. Questo senso di incompletezza che denuncia l’artista tuttavia non rimane irrisolto o rinchiuso nel dilemma del paradosso.

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2003   Prof. Francesco SISINNI

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Ma torniamo all’arte, imitazione o non imitazione? certo è imitazione, ma è la mimesi, che si identifica con la metessi, cioè con la partecipazione. Perché? Perché, come dicevamo, questi colori pur partendo dal reale, il reale trascendono: sono i colori della memoria, cioè sono i colori di chi vede il proprio paesaggio che si porta nell’intimo, nell’animo, è un visto da lontano ed i colori sono l’espressione della nostalgia, della malinconia. E qui tutto è soffuso di nostalgia; d’altra parte il segno dell’Arte e del Bello è la nostalgia, lo diceva Plotino in maniera mirabile. Se non suscita nostalgia il bello non è bello, il bello richiama un paradiso perduto, è qualche cosa di esaltante che non ci appartiene più e a cui tuttavia continuamente tendiamo in quest’ansia escatologica, umanistica, filosofica.

Ecco in questi quadri, quindi, il paesaggio diventa umano, diventa parte di noi stessi e parte del nostro patrimonio più intimo, più spirituale, il bagaglio  dell’esule e chi vive fuori di Maratea si porta Maratea dentro, in maniera ineludibile, anche quando non si vorrebbe.

Questo artista si esprime nella pittura, in maniera lirica.

Il titolo della mostra è “Colori e sensazioni”. Ma a me pare che si vada oltre le sensazioni, ovvero verso una immedesimazione che è autocoscienzialità profonda, ontologica, essenziale. Non per nulla vi è un’opera che si intitola, appunto, “L’essenziale”.

Questa è la mia lettura, ma è una lettura individuale, molto parziale, molto personale.

L’essenziale è che queste opere possano provocare tante nuove letture, inducendo ad essere vedute, ad essere lette ad essere interpretate pur secondo le personali sensibilità, nel suo valore autentico, perché ogni opera, se è vera opera d’arte, ha un messaggio da comunicare, una provocazione da dare.

Non mi soffermo sugli aspetti tecnici che pure sono estremamente interessanti. Sappiamo della relazione tra Arte e Tecnica, che la tecnica è indispensabile all’arte, ma non si identifica con l’Arte, che la trascende. Qui si tratta di una tecnica molto adulta, molto matura, con effetti di macerazione e di trasparenza fino all’evanescenza, quasi a rendere la nervatura del supporto, che è il legno, attraverso la dissolvenza delle tinte. Usa il colore, ma lo usa in maniera non pastosa, quasi sfrangiandolo, quasi disintegrandolo per trarne sempre più viva la luminosità, una luminosità più palpitante quando del paesaggio è più partecipe, come il paesaggio toscano in cui l’autore è attualmente immerso e che vive quotidianamente, o un paesaggio molto più lontano, molto più nostalgico, molto più malinconico, quando è quello della nostra diletta, indimenticabile Maratea.

2003   Dott.ssa Marcella ROMEI

Dalle sensazioni ai colori
Diversi sono i contatti che Giuseppe Rizzo Schettino ha con la pittura e con i sentimenti dei macchiaioli.
Innanzitutto, pur se lucano di nascita, egli è toscano d’adozione e toscani erano i Macchiaioli, i quali, operanti tra il 1854 ed il 1860, avevano come luogo d’incontro il Caffè Michelangelo, sul belvedere con ampia veduta su Firenze.
Comuni anche i temi trattati: la natura e la campagna toscana, ma, nel nostro, anche gli scorci del paese di nascita, Maratea, visti con gli occhi del ricordo, in un reale che si sfa in visione poetica.
Ed infatti, egli attua una rappresentazione della natura depurata da qualsiasi interpretazione letteraria, con la coscienza di un’arte basata su una ricerca di sintesi modulata dal variare del tono, scandita nello spazio non tanto dal gioco delle prospettive lineari o geometriche, quanto dall’intensificarsi o dal rarefarsi del timbro cromatico.
La particolare tecnica che Rizzo Schettino ha adottato, attraverso l’uso quasi esclusivo della spatola, rende le sue opere tavole sulle quali il colore è spalmato, quasi a voler penetrare attraverso di esso e tirar fuori la vitalità del disegno. In questo modo, la maniera che era dei Macchiaioli è portata all’esasperazione: il colore è scarnificato, tirato fin quasi a far apparire le nervature della tavola – supporto.
La sua pittura si basa sui forti e decisi contrasti tra luce ed ombra, ottenuti con l’accostamento di toni diversi di colore, acquistando una particolare nitidezza e profilatura dei contorni.
L’artista combina il disegno con accensioni di colori ora intensi, ora circoscritti in accori minori, attorno a sfumature grigio perla di luce diffusa che acuiscono le emozioni che lo legano alla sua terra.
I ricordi, la nostalgia: queste le sensazioni che in Giuseppe Rizzo Schettino diventano colori.

2001   Dott. Bruno PINTAURO

Il migliore degli stili possibili è avere da dire qualcosa, qualcosa di nuovo, di importante, di prezioso, semplice come una colomba, misterioso e suggestivo come un salto nel buio.
Perdersi per poi ritrovarsi, un amore che resta sempre fedele a sé stesso.
Sognare ad occhi chiusi e rileggersi senza fretta in un moto dell’animo ancestrale che si accende come il fuoco dell’Arte che è pura invenzione.
Questo vorrei che il distratto lettore, l’uomo di ogni tempo, dipingesse dentro di sé, dopo aver stretto il primo abbraccio con l’opera senza tempo di un vero talento, da scoprire come il gusto dei sapori di una volta.
Giuseppe Rizzo Schettino è il nome di chi, in un attimo di energia creativa, dice la propria esperienza, il dolore, l’eterna voglia di esultanza nel mare nostrum del gesto creativo, quasi “ rinegoziando “, nell’enfasi linguistica per nulla prona a perigliose tentazioni di autocompiacimento del tratto grafico, colori e sensazioni di una terra che è davanti agli occhi di tutti, ma improvvisamente scompare, come il finale di un bel film che rivedremmo chissà quante volte.

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2000   Dott. Bruno PINTAURO

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L’artista traduce, in una sintesi geografica ed umana vincente, il rimorso (non rimpianto) per una calma ed un silenzio perduti (terra di Toscana) e le sfumature dell’acquarello deliziosamente atipiche che abbracciano, nel segno di uno spirito libero, l’ardimentoso abito alla conquista, la “ tempesta “ che sconvolge per il suo improvviso irrompere, la riflessione senza tempo ( ma “ sul “ tempo tout court ), rileggendo, nelle tracce di una memoria sensibile di squisita fattura, l’immagine dei luoghi di croce e delizia, dove il sogno dorato e sottile dei Lungarni fiorentini, si staglia nitido su una pace che non lascia adito a dubbi.

Ma l’artista, si sa, è un animale strano: guai a chiedergli perché lo fa, lui ascolta e gli basta quel che sente dentro. Fotografa con il suo animo inquieto, ma al tempo stesso sicuro di sé, quel percorso interiore che lo porta in terra etrusca, dove l’orizzonte è lontano e rarefatto, attraverso la ricerca “ se “ ( maschere ), e in questo gioca un ruolo di primo piano la dolcezza dell’uso sapiente del tratto, mai aspro ,a nemmeno completo e definito, semmai promette, ma non necessariamente mantiene, il senso e la prospettiva di un impegno umano sempre presente, in una miscela di suoni e sapori di elevata caratura.

E allora proviamo a sconfiggere inibizioni di sorta e riconquistiamo il suolo natio, ricordo di colori e rumori da sempre famigliari e restiamo sinceramente ammirati dal gusto architettonico di imbarcazioni ferme su una spiaggia, godiamo di questa sinergia fra terra ed orizzonte che non conosce età.

E ancora: lembi di terra che si sposano con il mare, Le figure di donna di Giuseppe Rizzo Schettino, sono perdute in una delicata poesia, quasi il risultato di una effimera visione, di una sana contemplazione, nelle lunghe chiome che fluiscono libere come la verità di esprimersi con il coraggio di vivere il proprio presente, il proprio gusto, senza perdersi in un “ vero “ che, fatalmente, in un oggi dimenticato ha sempre il suo doppio.

Il gusto classico per la struttura e la forma moderna nel dispiegarsi delle immagini, sono l’espressione coerente, ma anche fantastica, l’”attimo fuggente” di un’isola sempre vicina e d’un tratto lontana, che è nel cuore, nella viva contemplazione, nelle improbabili soluzioni cromatiche, nel linguaggio sempre lucido mai sfuocato.

2000

Maestro Khosrow SALEHI - Galleria “Civetta” Greve in Chianti – Firenze - Italy

Ci sono pittori che cercano di fare gli architetti; non importa quanto sono bravi, ma il risultato nella maggior parte dei casi è un vero disastro, hanno massacrato l’Architettura moderna in Europa, con pessime caricature dell’Architettura. Viceversa, invece, quando gli architetti cominciano a fare i pittori, il risultato non è altro che una sinfonia di colori che rinfrescano l’anima e Giuseppe Rizzo Schettino fa parte dell’ultimo gruppo. I suoi acquarelli sono la vera poesia.
Tocco delicato di pennellate di un architetto che misura tutto ed ha il controllo totale su ciò che dipinge. Mi piace come lavora.